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IL TPP E I DIRITTI VIOLATI DEI KURDI – di Gianni Sartori

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IL TPP E I DIRITTI VIOLATI DEI CURDI

 di Gianni Sartori

 

A Parigi nel 2013 la longa manus del regime turco stroncava la vita di tre militanti curde.

 Acquista quindi un particolare significato il fatto che in tale città si sia svolta una sessione del Tribunale Permanente dei popoli sulle tragiche vicende del popolo curdo.

Il 15 e 16 marzo, alla Bourse de Travail,  il TPP ha affrontato la spinosa questione delle reiterate violazioni del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario operate dalla Repubblica di Turchia.

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La finalità, accertare se e quanto Ankara si sia resa colpevole di crimini di guerra nell’ambito del conflitto che ormai da qualche decennio vede contrapporsi lo Stato turco al popolo curdo.

Il TPP è un Tribunale d’opinione che opera in maniera indipendente dagli Stati rispondendo alle domande delle comunità e dei Popoli in cui diritti sono stati violati allo scopo di ripristinare l’autorità dei popoli quando Stati e organismi internazionali hanno fallito nel garantire tali diritti”.

Le sentenze  del TPP vengono poi inviate  al Parlamento europeo, alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo, alle commissioni onusiane e di altri organismi internazionali.

Nel caso specifico dei Curdi, il TPP presenterà le sue conclusioni, si prevede, a Bruxelles il 24 maggio al parlamento europeo.

Questa sessione era presieduta da Philippe Texier, giudice onorario alla Corte de Cassation de France, esperto indipendente della Commissione dei diritti dell’uomo ed ex membro del Comitato dei diritti economici, sociali e culturali dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite ai diritti dell’uomo. Vi hanno preso parte molti altri magistrati, avvocati, giuristi, docenti di fama internazionale. Tra cui Madjid Benchikh, Luciana Castellina, Teresa Almeida Castro, Domenico Gallo, Denis Halliday e Norman Paech.

L’atto di accusa contro lo Stato turco è stato presentato dall’avvocato di Bruxelles Jan Fermon, segretario generale dell’Associazione internazionale degli avvocati democratici (AIDD). Con particolare riferimento ai bombardamenti aerei sulla popolazione civile a Diyarbakir, Cizre e Sirnak, ai crimini di guerra commessi dall’esercito turco a Cizre, Nusaybin, Sur e Sirnak, al massacro di Robiski, alle violenze operate contro le donne, all’utilizzo di squadre della morte, alle vessazioni operate dai soidisant “guardiani dei villaggi” e dalle JITEM, forze speciali della gendarmeria turca (presumibilmente quelle che recentemente hanno partecipato, in qualità di “osservatori” a un corso di aggiornamento in una caserma vicentina). Sono stati inoltre analizzati gli attentati perpetrati contro esponenti della diaspora curda in Europa e il sequestro illegale di Ocalan.

Tra le testimonianze raccolte, anche quelle di ex esponenti delle forze di sicurezza turche.

Hamit Bozarslan ha riepilogato la storia del popolo turco all’interno dell’impero ottomano e della Repubblica turca mentre il direttore dell’istituto curdo di Parigi, Kendal Nezan, ha ricostruito gli antecedenti che portarono all’esecuzione, pianificata dalle JITEM, del giornalista curdo Musa Anter.

Altra testimonianza significativa, quella di Eren Keskin (via Skipe in quanto gli era stato impedito di lasciare la Turchia) in merito alle sistematiche violenze sessuali perpetrate contro le donne curde sottoposte a interrogatorio.

Nel suo libro “Hepsi gercek” (E’ tutto vero) Eren Keskin aveva denunciato con fermezza l’utilizzo dello stupro e della tortura da parte dello Stato turco come arma per umiliare le prigioniere e costringerle a “confessare” reati  non commessi e a denuciare come “terroristi” anche familiari innocenti.

Ovviamente non era possibile ignorare quanto avvenne a Parigi in rue Lafayette nel gennaio 2013 quando tre militanti curde, Sakine Cansız, Fidan Doğan e Leyla Şaylemez, vennero uccise. Murat Polat, esponente del Consiglio democratico dei Curdi di Francia, ha raccontato l’orrore nello scoprire il triplice assassinio. Nursel Kilic, membro del Congresso nazionale del Kurdistan (KNK), rappresentante in Francia del Movimento internazionale delle donne curde e amica delle tre donne vittime del terrorismo di stato, ha ricostruito il percorso politico e umano di queste tre militanti curde e femministe.

Sylvie Jan, presidente di France-Kurdistan e André Métayer, presidente di Amitiés kurdes de Bretagne, anche a nome della Coordination nationale Solidarité Kurdistan, hanno espresso tutto il loro disgusto per questo evento delittuoso.

L’editore Nils Andersson ha poi voluto contestualizzare il triplice assassinio nella lunga serie di omicidi politici (ormai diverse decine, tra i più noti quello di Dulcie Septembre) avvenuti sul suolo francese dalla fine degli anni cinquanta.

In particolare contro militanti antiapartheid sudafricani, Tamil, palestinesi, curdi . Nella maggior parte dei casi senza che i responsabili venissero assicurati alla giustizia.

Quanto alle responsabilità della Stato turco nella pianificazione e nella realizzazione  del delitto di rue Lafayette, sono state ben documentate, in maniera inequivocabile, dall’avvocato Antoine Comte.

Da segnalare che il giorno precedente della riunione del TPP, nella serata del 13 marzo, i Curdi protestavano a Parigi contro l’invasione della regione di Afrin (nord della Siria), invasione operata dall’esercito turco e dalle bande jiadiste sue alleate.

Ma i manifestanti (tra cui anche diversi familiari degli assediati in Afrin) venivano duramente caricati dalla polizia causando numerosi ferimenti.

Contro tale brutale repressione il 14 marzo hanno protestato le organizzazioni riunite nella Coordination Nationale Solidarité Kurdistan:

Alternative Libertaire – Amis du Peuple Kurde en Alsace – Amitiés Corse Kurdistan – Amitiés Kurdes de Bretagne (AKB) – Amitiés Kurdes de Lyon Rhône Alpes – Association Iséroise des Amis des Kurdes (AIAK) Association Solidarité France Kurdistan – Centre d’Information du Kurdistan (CIK) – Collectif Azadi Kurdistan Vendée (CAKV) – Conseil Démocratique Kurde de France (CDKF) – Ensemble – Mouvement de la Jeunesse Communiste de France – Mouvement de la Paix – –Mouvement des Femmes Kurdes en France !TJK-F) – MRAP (Mouvement contre le Racisme et pour l’Amitié́ entre les Peuples) – Nouveau Parti Anticapitaliste (NPA) – Parti Communiste Français (PCF) – Réseau Sortir du Colonialisme – Union Démocratique Bretonne (UDB)) – Union Syndicale Solidaire – Solidarité́ et Liberté́ (Marseille).

 In particolare veniva stigmatizzato quanto fosse ingiusto reprimere il popolo curdo che ha rappresentato la prima linea nella lotta contro lo Stato islamico, responsabile di efferati attentati anche in Europa.

 

Gianni Sartori

 

 

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GRUP YORUM: VOCE DEI POPOLI OPPRESSI – di Gianni Sartori

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GRUP YORUM: VOCE DEI POPOLI OPPRESSI

Gianni Sartori

 

Imprigionati per il loro impegno a favore della democrazia e della libertà di stampa, attualmente sono undici i membri ancora in carcere di Grup Yorum. Già in passato diversi membri della band (fondata nel 1985 da quattro studenti dell’università di Marmara) erano stati arrestati e sostituiti volta a volta con altri musicisti.

Se nei confronti dei curdi il governo turco sta ormai applicando un autentico genocidio e la pura e semplice pulizia etnica (con sostituzione della popolazione nel nord della Siria), analogamente una dura repressione si è scatenata contro giovani, lavoratori, giornalisti, scrittori, avvocati e dissidenti turchi.

 Arresti, detenzioni, torture…non sono certo una novità per il gruppo musicale turco (folk di sinistra: in parte, sembra essersi ispirato ai cileni  Inti Illimani ).

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Per esempio, ancora nel  2002 due donne di Grup Yorum (Selma Altin, cantante e Ezgi Dilanm, violinista) vennero arrestate e torturate dalle forze di sicurezza turche. E comunque già da tempo i musicisti venivano perseguitati per il loro attivismo politico, a fianco dei movimenti del dissenso e di protesta contro il regime.

 Le  due musiciste erano state imprigionate presso l’Istituto forense di Istanbul (insieme a altri 25 giovani) mentre manifestavano per reclamare la restituzione del corpo di un giovane rimasto ucciso nell’attacco a una  stazione di polizia nel quartiere di Gazi (attentato poi rivendicato dal Fronte Rivoluzionario per la liberazione del Popolo, DHKP-C).

“Torturate fin dal momento del loro arresto” (come aveva dichiarato all’agenzia France Presse l’avvocato Taylan Tanay), gli agenti avevano rotto il timpano di un orecchio della cantante e spezzato il braccio della violinista. Anche il quotidiano turco Hurriyet aveva dovuto riconoscere che le due donne erano state “ripetutamente percosse” e le lesioni “procurate intenzionalmente”.

Nella sua denuncia, l’avvocato aveva precisato  che le due musiciste ”sono state ammanettate, costrette a stendersi per terra e picchiate da molti agenti per diversi minuti. Le torture sono poi continuate in macchina. Gli agenti sapevano che Altin era la cantante del gruppo e le hanno rotto intenzionalmente il timpano, picchiandola ripetutamente sulle orecchie”.

Ordinaria amministrazione. E da allora le cose in Turchia sono soltanto peggiorate.

 Dopo il colpo di Stato del 2016 (quello vero, di Erdogan), in Turchia vige lo stato di emergenza con la conseguente carcerazione di migliaia di persone.

Dalla nascita nel 1985, Grup Yorum ha sempre garantito il proprio sostegno (e la sua presenza) sia alle lotte della popolazione turca che a quelle internazionali per la giustizia e la libertà, coniugando sapientemente la vena di protesta con le melodie tradizionali. A conferma del suo spirito internazionalista e del rispetto per tutte le culture, le canzoni vengono eseguite sia in turco che in curdo, in arabo e in circasso, sostanzialmente in tutte le lingue parlate in Anatolia.

 Presenti nelle manifestazioni contro il regime di studenti, operai, minatori, contadini, sempre a fianco dei popoli oppressi – di tutti i popoli oppressi – i membri di Grup Yorum hanno subito, oltre alla scontata censura, repressione, galera e tortura per un totale di oltre 400 (quattrocento!) processi. E ricordo che stiamo parlando di un gruppo musicale, non di una banda armata.

Tuttavia, indistruttibile come i popoli, Grup Yorum continua a esistere, a lottare in quanto “strumento della coscienza collettiva” di oppressi, sfruttati, umiliati e offesi. Voce della Resistenza e della speranza. Voce di coloro che continuano a rialzare la testa, nonostante tutto.

Il gruppo ha ormai al suo attivo ben 25 album di cui sono stati venduti oltre due milioni di esemplari. Attualmente i loro concerti (che hanno visto ripetutamente riempire gli stadi con centinaia di migliaia di persone accorse per ascoltarne la musica e il messaggio) sono vietati oltre che – ovviamente – in Turchia, anche in Germania.

Recentemente il ministero dell’Interno turco ha invitato a denunciare (in cambio di cospicue somme di denaro, una sorta di taglia) le persone inserite in cinque liste di presunti “terroristi ricercati” avviando una caccia al dissidente anche sul suolo europeo. Sei musicisti di Grup Yorum sono già stati inseriti nella lista. Inoltre il centro culturale di Idil, a Istanbul, ha subito diverse perquisizioni con distruzione dei loro strumenti musicali e seri danneggiamenti ai locali.

 Ma, come hanno scritto alcuni militanti della sinistra turca:

“Non è distruggendo uno strumento che potrete far tacere la voce di un popolo”.

O anche, come scrivevano i Repubblicani irlandesi sui muri di Derry e Belfast negli anni settanta-ottanta:
“Potere incarcerare i rivoluzionari, ma non potrete incarcerare la Rivoluzione”. Segnatevelo.

Gianni Sartori

 


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Mentre sta massacrando i Curdi, Erdogan viene accolto da Mattarella, Gentiloni e dal Papa. Non mancano i precedenti. – di Gianni Sartori

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La notizia della visita di Erdogan a Roma (e in Vaticano) il 5 febbraio ha suscitato rimostranze e proteste sdegnate.

Tale visita avviene in un momento particolarmente grave, coincidendo con un pesante attacco militare portato da Ankara contro i territori curdi all’interno dei confini siriani, in aperta violazione della legalità internazionale. L’Italia (e il Vaticano), più o meno consapevolmente, contribuiscono in tale maniera a legittimare l’operato di un regime che sta reprimendo da mesi, duramente, l’opposizione turca. E, ca va sans dire, da anni la popolazione curda del Bakur, la regione curda all’interno dei confini turchi.

Esiste qualche precedente. Nel 1996 venne ricevuto in Italia (sia dal sindaco di Roma che da quello di Venezia)  Demirel, all’epoca presidente della Turchia.  

 

Si era appena concluso tragicamente (una dozzina di vittime) uno sciopero della fame di prigionieri politici, rivoluzionari di sinistra. Sciopero che evocando forse quello dei repubblicani irlandesi del 1981 aveva suscitato una certa indignazione nelle opinioni pubbliche europee. La visita di Demirel in Italia (come quella di poco precedente di Prodi in Turchia) contribuì sicuramente a ristabilire un’immagine relativamente decente della Turchia.

Un breve pro memoria: pur nel silenzio pressoché generale che circondava (e circonda, da allora non è cambiato proprio niente, se non in peggio) la questione dei diritti umani in Turchia e quella curda in particolare, lo sciopero della fame dei prigionieri nell’estate 1996 aveva goduto di qualche risalto sui media (ne parlò correttamente anche il TG3). Anche in quella circostanza furono i prigionieri curdi a iniziare lo sciopero della fame (27 marzo ‘96) con richieste espresse in 24 punti. Diecimila militanti prigionieri si davano il cambio ogni 10 giorni. Poi, verso aprile-maggio, aderirono molti prigionieri della sinistra rivoluzionaria turca. Furono proprio i militanti di alcune di queste organizzazioni che poi decisero di portarlo avanti fino alle estreme conseguenze. Morirono in 12: Altan Berdan Kerimgiller, Ilginc Oskeskin, Ali Ayata, Huseyin Demircioglu, Aygun Ugur, Mujdat Yanat, Hicabi Kucuk, Yemliha Kaya, Ayce Idil Erkmen, Osman Akgun, Hayati Can, Tahsin Yilmaz.

 

Ancora in luglio del 1996 il capo del governo Necmettin Erbakan aveva minacciato varie volte di far intervenire l’esercito nelle carceri. Tuttavia, forse temendo la condanna dell’opinione pubblica mondiale, si vedeva costretto a fare alcune concessioni. Si arrivava ad un accordo che, pur non contemplando la totalità delle richieste, prevedeva migliori condizioni per tutti i prigionieri e la fine del sistema carcerario repressivo. Eppure, benché minimi – ad esempio non c’era quello sullo statuto di prigionieri di guerra – i punti dell’accordo non vennero rispettati.
 Lo sciopero era quindi ripreso, quasi senza soluzione di continuità con quello appena concluso, con la morte di altri quattro militanti.
 Da settembre, i prigionieri politici stavano preparando una ulteriore mobilitazione nelle carceri; il governo, venutone a conoscenza, il 22 settembre 1996 sferrava un attacco contro una quarantina di militanti ammassati nella stessa cella nel carcere di Amed (Diyarbakir): in 14 vennero assassinati (a sprangate, secondo l’organizzazione umanitaria Inshan Haklari Demegi). Non solo. I 23 feriti sopravvissuti all’aggressione vennero poi incriminati per “rivolta contro lo Stato” rischiando la pena di morte. Dato che lo Stato si era rimangiato le concessioni fatte ai prigionieri, i movimenti di opposizione turchi e curdi avevano indetto per il 27 settembre 1996 una giornata di protesta in tutto il territorio dello Stato. Era quindi apparso evidente che con l’attacco ai prigionieri del 22 settembre, l’esercito aveva voluto, in un colpo solo, anticipare la manifestazione e stroncare la ribellione nelle carceri.

 

All’epoca segnalavo alcune coincidenze che riguardavano il ruolo del nostro Paese in Medio oriente. Ai primi di settembre 1996, poco dopo la prima sospensione dello sciopero della fame, Romano Prodi era stato il primo capo di stato occidentale a recarsi in Turchia per incontrare Erbakan. Costui, forte anche della riconquistata “rispettabilità” di fronte agli alleati occidentali, potrebbe aver colto l’occasione per mettere in pratica quanto aveva minacciato in luglio. Come ho detto, successivamente (ottobre 1996), Suleyman Demirel, presidente della Turchia, veniva ricevuto da Rutelli, sindaco di Roma e da Cacciari, sindaco di Venezia. Sia la visita di Prodi in Turchia che quella di Demirel in Italia, avevano ridato fiato e credibilità internazionale al regime turco, permettendogli di agire contro i prigionieri e contro l’opposizione. Particolare non irrilevante, nel 1996 l’Italia era il terzo partner commerciale di Ankara.

Cosi come ancora oggi il nostro paese fornisce alla Turchia gli elicotteri Augusta Westland.

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Appare evidente che l’attuale aggressione ai curdi di Rojava serve a rivalutare l’immagine, parecchio sbiadita, di Erdogan presso l’opinione pubblica turca, resa inquieta dalla crisi sociale e politica dilagante. Esasperandone i peggiori sentimenti sciovinisti e il malcelato, ma diffuso, razzismo nei confronti dei curdi. Mentre va incarcerando migliaia di oppositori di ogni genere (magistrati, deputati, insegnanti elementari, giornalisti, musicisti, docenti universitari…ora anche medici che osano contestarne  la politica guerrafondaia), il governo di Ankara contemporaneamente muove le giuste pedine per preservare la sua “rispettabilità” a  livello internazionale.

 

Presumibilmente Erdogan, l’uomo a cui i nostri rappresentanti stringeranno la mano, è il mandante dell’uccisione delle tre militanti curde (Sakine, Fidan e Leyla) assassinate da un infiltrato in rue la Fayette (Parigi, gennaio 2013).

E’ anche l’ideatore degli attacchi ai villaggi e alle città curde di un paio di anni fa. Quando, mentre i combattenti curdi respingevano i fascisti di Daesh, l’esercito turco massacrava i civili nel Bakur. Praticando un indiscriminato cecchinaggio su donne e bambine, con persone arse vive negli scantinati dove si erano rifugiate per sfuggire a bombardamenti e rastrellamenti.

 

Analogamente, l’attuale operato dei militari turchi in Rojava (bombardamenti su villaggi e campi profughi che hanno provocato centinaia di morti e migliaia di feriti tra i civili) ha tutte le caratteristiche del genocidio e dell’etnocidio. Materiale da tribunale per crimini di guerra e contro l’umanità. Come quello dei nazifascisti a Gernika nell’aprile 1937.

Oltre a intere città, ad Afrin (dove, va ricordato, avevano trovato rifugio e convivevano, insieme ai curdi, popolazioni di diverse etnie e religioni: cristiani, arabi, turkmeni, yazidi, profughi…) sono stati rasi al suolo anche siti archeologici considerati patrimonio dell’Umanità.

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E TU, DA CHE PARTE STAI?

In un comunicato dell’Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia si leggeva:

Il popolo curdo chiede una soluzione politica, pacifica e democratica, una pace duratura per tutti i popoli. È questo che ispira la sua resistenza. Vincerà perché crede nella liberta e nella forza degli esseri umani, come ha saputo dimostrare a Kobane, a Minbij, a Raqqa e dovunque esiste la crudeltà e la barbarie.

Ora noi vi chiediamo: da che parte state? Da quella del popolo curdo o da quella di Erdogan?

 Bella domanda a cui finora hanno risposto, tra gli altri,  i Giuristi Democratici, associazione impegnata a promuovere “ la difesa ed attuazione dei principi democratici, di uguaglianza ed antifascisti della Costituzione della Repubblica, per la applicazione delle Convenzioni dei Diritti dell’Uomo, per la realizzazione di una Costituzione Europea autenticamente democratica, fondata sul ripudio della guerra…”.

 Coerentemente con tali presupposti, i Giuristi Democratici hanno protestato “contro l’accoglienza predisposta dal Governo italiano per il Presidente turco Erdogan in occasione della sua visita a Roma per un colloquio con il Pontefice. La visita di Erdogan, alla luce della persecuzione da parte del regime turco di avvocati, giornalisti, accademici e attivisti per i diritti umani, delle violenze in occasione delle operazioni elettorali e di atti commessi durante le operazioni di coprifuoco nei confronti della popolazione curda in Turchia, che appaiono costituire crimini contro l’umanità, costituisce una grave offesa al popolo italiano, alle istituzioni repubblicane ed alla Costituzione stessa”.

 Già in altre occasioni i Giuristi Democratici avevano“puntualmente documentato le violazioni dei diritti umani avvenute in Turchia”  e ugualmente hanno stigmatizzato l’operato del Governo turco quando si è reso responsabile “in aperta violazione del diritto internazionale, di un attacco contro la popolazione del Cantone di Afrin, nel nord della Siria”.

Quindi, secondo i Giuristi Democratici, il Governo italiano e le Istituzioni democratiche non avrebbero dovuto “accettare questa visita di Stato senza tenere conto della brutale repressione compiuta dal regime turco contro la società civile e più in generale in violazione dei diritti umani”.

 Nonostante il tentativo di blindare la Città eterna, è comunque prevedibile che a Roma (come in tante altre città italiane) il 5 febbraio non mancheranno proteste e manifestazioni contro la visita di Erdogan.

 Per Roma l’appuntamento è ai Giardini Castel Sant’Angelo, lato Via Triboniano dalle 11 alle 14 (lunedì 5 febbraio, ovviamente).

 Ma come ho detto altre mobilitazioni sono in preparazione un po’ dovunque…

 Partecipate! Fatelo per la Giustizia, fatelo per la Liberta’…e fatelo per i Curdi. Se lo meritano!

 

Gianni Sartori

 

 

 

 

 

 

 

 


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Fine anno di Resistenza per il popolo curdo, sia in Kurdistan che in Europa – di Gianni Sartori

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Premessa di carattere clinico. C’è sicuramente qualcosa di paradossale, schizofrenico, nell’agire di Erdogan. Solidale in politica estera con il popolo oppresso palestinese, repressivo in politica “interna”  nei confronti dell’altrettanto oppresso popolo curdo. Una sorta, quello di Ankara, di “colonialismo interno di Stato”, profondamente analogo a quello praticato da Israele verso i palestinesi.

In questo mese di dicembre 2017, in una dichiarazione dei prigionieri curdi di PKK e PAJK è risuonata l’eco della mai dimenticata protesta dei POW irlandesi degli anni settanta. Il rifiuto di indossare la divisa carceraria da parte dei detenuti repubblicani (in quanto prigionieri politici e non criminali) portò prima alla protesta degli “uomini-coperta” e infine allo sciopero della fame del 1981 che costò la vita a dieci militanti (tre dell’INLA, sette dell’IRA).

Nel loro comunicato del 26 dicembre, i prigionieri curdi definiscono come “fascismo” l’imposizione della uniforme carceraria.

Di sicuro tale norma non verrà né accettata, né subita pacatamente: “Noi come detenuti del Pkk e del Pajk non indosseremo mai l’uniforme. Noi la faremo a pezzi se la costringerete su di noi. La nostra posizione su questo argomento è veramente chiara. Lo scopo principale dell’uniforme è di spogliare gli individui della loro identità e volontà”.

Ossia l’imposizione per decreto “dell’omogeneità dello stato nazione e la sua politica della negazione e dell’annientamento”.

Con orgoglio i prigionieri curdi rifiutano l’ennesimo attacco nei confronti della loro dignità e rivendicano la loro identità di resistenti, di “persone che difendono i diritti umani e la libertà di pensiero per una vita libera e giusta. Noi siamo le persone che lottano per la libertà sociale e la verità in linea con la legittima autodifesa per i nostri obiettivi e ideali” .

Si evoca anche, nel comunicato, la ribellione del 14 luglio del 1982, quando la lotta si estese alle carceri coinvolgendo circa 8mila prigionieri politici. Per la cronaca, il 1982 era l’anno in cui entrava in vigore la nuova Costituzione turca e venivano criminalizzati sia l’uso della lingua curda che ogni altra espressione culturale.

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E IN EUROPA?

Intanto in Europa, a Strasburgo, il presidio a tempo indeterminato che da anni si tiene davanti al Consiglio d’Europa ha visto crescere in dicembre la partecipazione di centinaia di persone divenendo un vera e propria manifestazione di massa. 

La richiesta, costante negli anni, rivolta sia al Consiglio d’Europa che al CPT (Comitato Europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti) rimane quella di togliere il leader curdo Abdullah Ocalan dal duro regime di isolamento a cui viene sottoposto.

Dal settembre del 2016 mancano notizie precise sul suo stato di salute e si teme per la sua sicurezza, come per quella degli altri detenuti. Oltre 700 (settecento!) richieste dei suoi avvocati per poterlo incontrare sono state respinte, in violazione di ogni norma e regolamento onusiani e del Consiglio d’Europa, compresi quelli firmati dalla stessa Turchia.

In particolare: Convenzione dell’ONU del 10 dicembre 1984 contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti e Protocollo aggiuntivo dell’ONU del 4 febbraio 2003. Tutti regolamenti (ratificati dalla Turchia nel settembre 2005 ) che impegnano gli Stati a garantire che le persone in stato di detenzione non siano esposte alla tortura o a altre misure  inumane o degradanti. Anche consentendo che tali persone prigioniere vengano visitate regolarmente nelle loro celle ai fini di misure preventive non giudiziarie.

A questo punto è lecito chiedersi perché le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa mantengano tale atteggiamento di totale inerzia e indifferenza di fronte a quelle che appaiono con evidenza autentiche violazioni dei diritti del prigioniero politico Öcalan.

In particolare, il CPT avrebbe diritto alla visita negli istituti di pena potendo quindi ispezionare e indagare autonomamente dato che ogni Stato firmatario si è impegnato a permettere tali visite e a collaborare con il CPT. In teoria, il comitato dispone di un accesso illimitato alle aree di sorveglianza e può muoversi senza alcuna limitazione, anche incontrando i prigionieri separatamente, senza la presenza di guardie o altro. Nel secondo paragrafo della Convenzione Europea per la prevenzione della tortura viene stabilito che le visite possono svolgersi in qualsiasi momento; non solo in tempo di pace, ma anche durante stati di guerra e di emergenza. Se il rispettivo Paese non dovesse collaborare o non accettare le raccomandazioni del comitato, a questo Paese – se i due terzi dei componenti votano a favore – e successivamente all’opinione pubblica viene fornito un documento sul caso preso in esame. Ma questo non sta avvenendo nel caso di Ocalan, mettendo in forse ogni dichiarazione di buoni propositi per impedire che le persone in stato di detenzione vengano sottoposte a minacce e pericoli.

Insomma, è lecito chiedere al CPT, come intende, qui e ora, garantire la sicurezza e l’integrità psicologica e fisica del prigioniero Ocalan?

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COMPLIMENTI ALL’ANC

Da segnalare la presa di posizione, di segno diametralmente opposto, di una organizzazione come l’African National Congress (ANC, il partito di Nelson Mandela). Durante il suo 54° congresso (Johannesburg, dicembre 2017) ha pubblicamente richiesto l’immediata liberazione di Ocalan e di tutti i prigionieri politici. Il nuovo segretario dell’ANC, Ramaphosa (così come quello uscente, Zuma) aveva condiviso la dura lotta contro l’apartheid (costata ai Neri della RSA lutti, sofferenze, impiccagioni, secoli e secoli di detenzione) del compianto Nelson Mandela. E niente come la definizione di “Mandela curdo” esplicita quale sia il ruolo attuale di Ocalan per il suo popolo.

Nel comunicato finale l’ANC dichiara apertamente di “sostenere la lotta del popolo curdo per i diritti politici e umani e per la pace e la giustizia in Medio Oriente” chiedendo “a tutte le parti coinvolte di svolgere il proprio compito per una soluzione politica”.

Inoltre chiede “la liberazione di Abdullah Öcalan e di tutti prigionieri politici”.

Un sostegno esplicito e autorevole, provenendo da una delle organizzazioni che maggiormente hanno lottato contro il razzismo istituzionalizzato, contro la discriminazione e l’oppressione.

Un omaggio postumo all’impegno del compianto Essa Moosa, scomparso nel febbraio 2017. Moosa era stato l’avvocato sia di Mandela che di Ocalan, oltre che presidente del Kurdish Human Rights Group (KHRAG).

Gianni Sartori

 


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Nuriye Libera! – segnalazione di Gianni Sartori

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Anche se solo in “libertà provvisoria” e, in attesa dell’appello, condannata a sei anni per presunto terrorismo.

Sperando ovviamente che il suo fisico duramente provato dal lungo sciopero della fame possa recuperare.

In ogni caso una testimonianza per chi “sente sulla propria pelle qualsiasi ingiustizia fatta a chiunque in qualsiasi parte del mondo”.

E un barlume di speranza per l’umanità sofferente, umiliata e offesa del pianeta.

Gianni Sartori


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QUARTA UDIENZA PER NURIYE GULMEN E SEMIH OZAKCA – di Gianni Sartori

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QUARTA UDIENZA PER NURIYE GULMEN E SEMIH OZAKCA

(Gianni Sartori)

Come previsto e preannunciato, il 17 novembre nel carcere di Sincan (Ankara) si è svolta la quarta udienza del processo intentato contro Nuriye Gulmen e Semih Ozakca.

Forse è ancora prematuro parlare del governo di Erdogan come “di un regime ormai in preda alla disperazione” per non essere più in grado di estirpare il dissenso.

Ecco, magari non sarà proprio “disperato”, ma sicuramente appare in difficoltà.

Se ancora non boccheggia, sicuramente ansima per lo sforzo. Non barcolla, per ora, ma sicuramente annaspa.

Tra gli obiettivi prioritari del governo AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi) : mettere definitivamente a tacere le voci di questi due eroici insegnanti in sciopero della fame dal 9 marzo. Nuriye e Semih stanno lottando per riavere non solo il posto di lavoro, ma anche la loro dignità di cittadini. Una dignità violata dalle massicce purghe che hanno portato al licenziamento di migliaia e migliaia di lavoratori.

Ufficialmente costituivano una ritorsione  per il tentato golpe del 2016, ma poi  chiaramente sono andate oltre per miglia e miglia. Colpendo, condannandole alla morte civile, soprattutto persone del tutto estranee alla vicenda. Un’occasione imperdibile per liberarsi di ogni oppositore, magari solo potenziale.

Ora il potere turco ha estratto dalla manica un altra carta (truccata, a quanto sembra) procurandosi  un nuovo “collaboratore”. Di quelli stipendiati ovviamente.

Fatih Sofak ha fatto pervenire una sua dichiarazione che è apparsa in palese contraddizione con quella di Berc Ercan, l’altro accusatore dei due insegnanti (nonché collaboratore a libro paga).

Quanto a Nuriye, anche stavolta non le è stato consentito di presenziare.

E’ apparsa però in video conferenza e, nonostante  254 giorni di sciopero della fame abbiano chiaramente lasciato il segno, si è mostrata, raccontano i militanti solidali presenti in aula “sempre con la stessa forza e con lo stesso sorriso”.

La forza di chi sa di essere nel giusto, vorrei aggiungere.

La sua dichiarazione è stata interrotta più volte dal giudice che ha dato prova di un’assoluta mancanza di rispetto nei confronti della prigioniera politica.

Lei comunque si è rifiutata di rispondere alle accuse fintanto che non le verrà consentito di lasciare l’ospedale di Numune (dove rimane segregata) e di essere presente in aula.

Lo farà, ha spiegato, quando potrà “guardare tutti negli occhi”. Intendendo soprattutto gli occhi dei suoi accusatori.

Ha invece voluto ringraziare lungamente tutti coloro che si stanno esponendo con azioni di solidarietà nei confronti della lotta condotta da lei e da Semih.

Alla fine il tribunale ha sostanzialmente confermato l’attuale situazione.

Nuriye, indicata come facente parte della gerarchia dell’organizzazione DHKP-C,

non è stata scarcerata e resta quindi piantonata in ospedale.

Invece Semih, accusato di essere membro e propagandista della stessa “organizzazione terrorista”, rimane ai domiciliari.

Per l’altra imputata, Acun Karadag, è decaduta ogni accusa di relazione con l’organizzazione DHKP-C. Si è trattato presumibilmente di un tentativo per  spezzare, con un trattamento differenziato, il forte legame che esiste tra i tre imputati.

Ma nella dichiarazione  in aula Acun ha confermato la sua solidarietà nei confronti di Nuriye. Un intervento che ha suscitato una forte emozione, sia nei presenti che nella stessa Nuriye, sollevatasi dal letto “regalandoci uno dei suoi sorrisi più belli” (come ha raccontato un solidale).

Per Acun è stato comunque confermato l’obbligo di firma settimanale.

Invece per i manifestanti che protestavano fuori dal tribunale: cariche della polizia, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua.

Ordinaria amministrazione di questi tempi.

 La prossima udienza, la quinta ormai, si terrà il 27 novembre.

E probabilmente neanche stavolta a Nuriye verrà consentito di essere presente in aula.

Tra gli avvenimenti recenti da segnalare, l’arresto avvenuto una quindicina di giorni fa di Selcuk Kozagacli, portavoce degli avvocati progressisti della Turchia, da tempo vittima di una campagna di stampa diffamatoria,

In precedenza Selcuk Kozagacli era già stato escluso con decreto del tribunale di Ankara dal collegio difensivo (di cui era presidente) di Nuriye e Semih.

Con in aggiunta il divieto di occuparsi del caso e di essere presente alle udienze.

Al momento si trova ancora in carcere.

Ma negli ultimi 15-20 giorni il ritmo degli arresti sembra aver subito un’accelerazione. Si calcola che siano oltre un’ottantina i prigionieri politici trascinati nelle prigioni turche in soli tre mesi.

Gianni Sartori

 


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MA CHI SPARA, ANCHE SOLO METAFORICAMENTE, SUI CURDI LO SA COSA STA FACENDO? – di Gianni Sartori

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Sinceramente. Mi ero ripromesso di non partecipare, possibilmente nemmeno assistere, alle polemiche anti-curde seminate in rete da certi soidisant anti-imperialisti. Talvolta di destra, sia dichiarata che mascherata (rosso-bruni), ma altre volte anche, mon dieu, di sinistra…

Di sinistra? Ma sì, diciamolo pure, talvolta anche di sinistra (del resto…abbiamo visto anche di peggio, a sinistra, vera o presunta).

Polemiche che stanno amareggiando la mente e il cuore di chi deva assistere suo malgrado a questa indecente propaganda anti-curda e, in secondo ordine, anti-libertaria.

Prese di posizione quantomeno sospette, fondamentalmente pretestuose. 

Polemiche che si autoalimentano con il “botta e risposta”. Meglio non concimarle, mi dicevo. Meglio non farsi trascinare nel fango e nel tanfo.

Offese incomprensibili e gratuite (cui prodest?) nei confronti di chi sta in prima linea contro il neofascismo (islamico e non). Come quelle  in merito alla partecipazione di anarchici  (elegantemente definiti “piccoli delinquenti”), libertari e perfino lesbiche (ma Ivana Hoffman, andata a morire eroicamente contro l’Isis, cos’era?) alle nuove brigate internazionali che combattono  a fianco dei curdi contro l’Isis. *

Nel testo di un autoproclamato “osservatorio anticapitalista” si coglieva l’occasione per evocare, maldestramente, lo spettro del povero Mackno accusato nientemeno che di “sionismo” (nel 1920-21?). Dovrebbero spiegarsi meglio, visto che uno dei loro teorici di riferimento, Leon Trotski, aveva ripetutamente accusato il “bandito Nestor Mackno” di “antisemitismo”.

Delle due l’una. O forse nessuna. Magari ci ritorneremo su.**

VADA PER I ROSSO-BRUNI, MA ORA ANCHE I TROTSKISTI D’HOC…?

Ma c’è un limite a tutto. Dopo le variegate insulsaggini sparse al vento (in particolare su curdi e anarchici) da siti irrilevanti, sostanzialmente autoreferenziali, a farmi desistere dal sano proposito di non immischiarmi è stato un intervento, peraltro gentilmente speditomi dagli interessati, del PDAC (sezione italica della LIT-Quarta Internazionale). Qui i Curdi del Rojava vengono accusati sostanzialmente di non essersi opposti abbastanza al regime di Assad e anche (udite-udite!) di aver conservato una struttura  “stalinista-maoista”sostanzialmente gerarchica, autoritaria. Quasi un imprevisto richiamo alla democrazia diretta e allo spirito libertario.

Provenendo dagli epigoni di chi ha poco elegantemente “buttato nella spazzatura della Storia” i marinai di Kronstadt e i macknovisti farebbe anche sorridere, se pur amaramente…

Metodi talvolta “autoritari” quelli adottati da YPG e PKK?

Perfino i compagni della Colonna Durruti nel bel mezzo di un conflitto come quello del 1936-39 in Spagna, si videro talvolta costretti a usare metodi non filologicamente “democratici”. Ma i miliziani anarchici si trovavano nel mezzo del ferro e del fuoco di una guerra di liberazione, come appunto i curdi in Rojava e Bakur.

E sappiamo bene come si comportano i reazionari in caso di vittoria: dai massacri indiscriminati di cui furono vittime i comunardi a quelli operati da Franco nel lungo dopoguerra, quello è il loro stile.

Non è di secondaria importanza che entrambi (sia gli antifranchisti che i curdi) stessero e stiano, rispettivamente, operando comunque per il superamento di una società fondata sullo sfruttamento, sull’oppressione, sulla gerarchia, sostanzialmente sul potere (di capitalisti, burocrati, commissari politici o cekisti).

Nello stesso articolo diffuso dal PDAC si ironizza sulla, virgolettata da loro, “democrazia di base” in Rojava  riprendendo un’intervista a Joseph Daher (un sostenitore dei “ribelli” siriani anti-Assad).

Con argomenti analoghi a quelli già utilizzati dal sopracitato “osservatorio anticapitalista” (magari con intenti diametralmente opposti),  i trotskisti nostrani mostravano di condividerne il sostanziale disprezzo per il Confederalismo democratico adottato dalla resistenza curda. Vagamente surreale poi l’accusa al  PYD di aver esautorato i consigli (l’equivalente dei soviet) che prima comunque in Rojava quasi non esistevano (se non come aspirazione, tendenza tradizionale all’autogoverno delle popolazione locali).

Ovviamente i compagni della LIT-Quarta Internazionale per me rimangono tali (dal mio modesto punto di vista, sostanzialmente ecumenico).

Ma non posso fare a meno di sottolineare come la loro accusa nei confronti dei curdi 

(quella di non essersi opposti abbastanza al regime siriano di Assad) sia diametralmente opposta alla condanna senza appello già emessa dal severissimo “osservatorio anticapitalista”. In questo caso di non essersi decisamente schierati a fianco di Assad (a torto o a ragione ritenuto baluardo dell’antimperialismo e antisionismo).

Forse qualcuno (mi consolo: non solo io) ha le idee un tantino confuse.

Qualche precisazione. Le brigate di ispirazione anarchica e libertaria operanti in Rojava (e anche in Bakur) sono organiche a quelle dei marxisti-leninisti turchi del MLKP (comunisti, fino a prova contraria) a cui si deve la costituzione nel 2015 della Brigata Internazionale della Libertà (in collaborazione con le Forze unitarie per la Libertà, il fronte rivoluzionario MLSPB e Reconstruccion Comunista, quest’ultima spagnola). Quindi, perché polemizzano solo con le componenti libertarie? Cos’è? Coazione a ripetere?  

Sia chiaro. Se la fossero presa soltanto con gli anarchici, avrei lasciato perdere. Non sono anarchico e credo non serva loro un avvocato d’ufficio (peraltro non gradito, temo).

Inoltre, forse per ragioni anagrafiche, non coltivo più troppe speranze sui “domani che cantano”. Eppure, quando qualcuno ci prova a rimettere in discussione lo “stato di cose presente” (e il suo indispensabile corollario: lo Stato) non posso che augurargli la vittoria. Resto poi convinto che un giorno, magari tra cento o mille anni, di molti Stati, sistemi economici, ideologie e ovviamente anche religioni, perfino il ricordo sarà disperso nel vento. Resteranno invece, non ho dubbi, i Popoli. Alcuni almeno, quelli che faticosamente hanno saputo sopravvivere come Nazioni anche senza Stato.

I Curdi, appunto. E magari anche i Baschi e gli Irlandesi per restare nei paraggi.

Come ha sottolineato recentemente Ali Çiçek Debattenblog parlando della “terza rivoluzione” (per la cronaca: è con questa medesima denominazione che i marinai di Kronstadt avevano battezzato la loro nuova insurrezione nel 1921): “La teorica politica Hannah Arendt nel suo studio »Sulla Rivoluzione« analizza la rivoluzione francese, quella americana e altre ancora, per determinare »le caratteristiche fondamentali dello spirito rivoluzionario«.

Le riconosce nella possibilità di iniziare qualcosa di nuovo, è nell’agire comune delle persone. Affronta soprattutto la questione del perché questo »spirito« non ha trovato una »istituzione« e si è perso nelle rivoluzioni”.

In “Potere e Violenza” Hannah Arendt aveva poi anche scritto:

“Se io dico: nessuna delle rivoluzioni, delle quali tuttavia ognuna ha rovesciato una forma di stato e l’ha sostituita con un’altra, è stata in grado di scuotere il concetto di Stato, con questo intendo qualcosa che ho spiegato nel mio libro sulla rivoluzione: dalle rivoluzioni del 18° secolo in effetti ogni grande sconvolgimento ha sviluppato uno spunto di forma di Stato che indipendentemente da tutte le teorie si determinava a partire dalla rivoluzione stessa, ossia dall’esperienza dell’agire insieme e del voler decidere insieme. Questa nuova forma di Stato è il sistema dei consigli, che, come sappiamo, ogni volta è andato distrutto, annientato o direttamente dalla burocrazia degli Stati Nazione o dai burocrati di partito.

Concludendo così: “A me però pare l’unica alternativa che sia comparsa nella storia e che continua a verificarsi”.

Effettivamente la formazione spontanea di consigli appare come una costante di quasi ogni Rivoluzione, almeno di quelle autentiche e non manipolate: dalla Rivoluzione francese del 1789 alla Comune del 1871;  da quella russa (sia nel 1905 che nel 1917 e poi nel 1921) alle rivoluzioni in Germania e in Austria alla fine della Prima Guerra Mondiale. E anche in quella ungherese del 1956 che iniziò dal consiglio operaio di una fabbrica di lampadine.

E ogni volta spontaneamente, quasi inconsapevolmente. Come se prima di allora eventi simili non fossero mai accaduti.

Ali Çiçek Debattenblog non ha dubbi:” Annovero la rivoluzione in Kurdistan, con la sua carica esplosiva che ha per via della sua posizione geograficamente centrale, ma soprattutto per via della sua concezione di rivoluzione e del suo paradigma sociale, nella serie delle grandi rivoluzioni dell’umanità”

Ma rispetto alle rivoluzione analizzate da Arendt individua alcune differenze. Innanzitutto il “cambio di paradigma” operato dal movimento di liberazione curdo e dal suo ideologo Apo Ocalan per cui “il PKK è riuscito a »scuotere il concetto di Stato« ed è riuscito a trovare una »istituzione« per lo »spirito rivoluzionario«, il confederalismo democratico”.

Inoltre la formazione di consigli nel Rojava “non si è creata spontaneamente, ma è stata una decisione consapevole di una forza organizzata”.

Per concludere che “il sistema dei consigli previsto dal movimento curdo si basa su tradizioni rivoluzionarie consapevoli del Medio Oriente e a livello globale e su una teoria, ossia quella del socialismo democratico”.

 Tra le fonti che hanno maggiormente irrigato l’elaborazione del Confederalismo democratico va ricordato sicuramente il pensatore libertario Murray Bookchin, in particolare con il suo saggio sulla Terza rivoluzione (The Third Revolution: Popular Movements in the Revolutionary Era).***

 Per Bookchin la “prima rivoluzione” inizia con l’insurrezione delle masse popolari che scacciano il vecchio regime. Subentra poi la “seconda rivoluzione”, quando la forza politica si concentra in uno Stato centrale mentre coloro che avevano realizzato la prima rivoluzione vengono allontanati dai processi decisionali.

Fin qui un’analisi che collima con quanto scriveva nel 1937 il comunista anarchico Jaime Balius, esponente de Los amigos de Durruti . Non solo. Sembra fosse della stessa opinione anche un altro personaggio. Andreu Nin, spesso citato sia dal PDAC che dall’osservatorio (soidisant) anticapitalista. Citato magari indebitamente visto che Nin ancora nel 1934 aveva rotto con Trotski.

Fondatore con Joaquin Maurin del POUM, Nin finì con il condividere nella sostanza il duro giudizio di Balius sulla soppressione, di fatto se non di nome, dei soviet in Russia nel 1921 (repressione di Kronstadt e dei maknovisti). Questo almeno è quanto emerge da alcuni scritti di Nin. Per esempio su “La Batalla”  del 4 marzo 1937 dove l’esponente del POUM riporta un articolo di Jaime Balius che aveva paragonato la situazione catalana a quella della rivoluzione francese “quando si chiedeva a gran voce la sospensione dei club, e a quello vissuto in Unione Sovietica, quando si reclamò la soppressione dei soviet”. Sottolineo che Nin riprendeva testualmente, condividendole, le parole (e i timori) di Balius. Solo due mesi dopo, i noti eventi di Barcellona in cui vennero assassinati dagli stalinisti sia Nin che molti militanti della CNT (perfino un fratello di Ascaso) e gli anarchici italiani Berneri e Barbieri.

Tornando a Murray Bookchin, forse il grande libertario statunitense  in materia di “rivoluzioni” peccava leggermente di ottimismo. Riteneva infatti che dopo la “seconda” dovesse arrivarne (quasi automaticamente, fatalmente…) anche una “terza”.

Quando “l’organizzazione democratica delle società tentava di riconquistare la forza politica perduta”. O tentava almeno di arrestare il Termidoro, l’involuzione burocratica, la militarizzazione…lo stato di polizia o quantaltro.

Questo movimento costituisce appunto la “terza rivoluzione”. Come appunto nel caso di Kronstadt che nel 1921 si rivoltò contro il monopolio del potere bolscevico rilanciando la parola d’ordine“Tutto il potere ai Soviet ! “.

Secondo Ali Çiçek Debattenblog l’originalità di Abdullah Ocalan consiste nell’aver saputo ridefinire il ruolo del PKK come “propulsore della terza rivoluzione”. Superando la concezione leninista del partito con “un programma che ha come obiettivo la trasformazione in una società democratica, libera e ugualitaria, una strategia comune per tutti i raggruppamenti sociali che hanno interesse in questo programma, e con una tattica che persegue un’organizzazione ampia di gruppi della società civile, ambientalisti, femministi e culturali e in questo non trascura la legittima autodifesa” (vedi di Öcalan “Oltre lo Stato, il Potere e la Violenza”).

Per quanto mi riguarda, sostanzialmente concordo. Al momento non vedo altre vie d’uscita (realistiche e praticabili) dalla barbarie del liberismo capitalista nella sua “fase suprema” ormai dilagante. Sempre che fuoriuscirne sia ancora possibile, naturalmente.

 CHI SPARA SUI CURDI SPARA SULLA RIVOLUZIONE  (ANCHE SE FORSE NON LO SA)

Ma allora: chi oggi spara sui curdi e sul Confederalismo democratico (per ora a salve, ma il maggio 1937 di Barcellona non lo abbiamo dimenticato) a chi spara in realtà?

Spara sull’esperimento sociale che, qui e ora, rappresenta forse il tentativo più significativo, tra quanto è umanamente possibile, di abbattere e superare radicalmente (nei fatti, non solo nelle intenzioni) l’oppressione, la discriminazione, lo sfruttamento (non solamente dell’uomo sull’uomo e sulla donna, ma anche sul Pianeta che vive, sulla “Natura” per capirci…). In sostanza: contro le gerarchie e il potere, comunque inteso.

Questo fuoco incrociato (sia da destra che da sinistra…) è rivolto sul diritto all’autodeterminazione, all’autogoverno, all’autogestione. 

Chi spara sui curdi spara anche sui Consigli della rivoluzione tedesca; sui Soviet del 1905, del 1917, del 1921; sulla Telefonica di Barcellona, su Berneri e Nin (maggio 1937), sulle collettività dell’Aragona (quelle represse da Lister nell’agosto 1937). Spara sugli zapatisti (sia quelli storici di Emiliano che su quelli di Marcos); spara sui Lakota di Cavallo Pazzo e sugli eretici ribelli di Gioacchino da Fiore; sulle donne di Barcellona sepolte al Fossar (1714), sui proletari asturiani insorti (1934) e sui gudaris baschi che si batterono contro Franco…

Spara sui ragazzi irlandesi del Bogside a Derry e su quelli di Falls road a Belfast; sui palestinesi di Sabra e Shatila (1982) e anche su quelli di Tel al-Zaatar (1976, per chi ha dimenticato come andarono le cose).

Un elenco pressoché infinito di ribelli caduti insorgendo contro l’esistente reificato.

Non avendo altro da perdere che le proprie catene e forse qualche illusione…

E spara anche su milioni di vittime indifese e inermi che non poterono nemmeno ribellarsi. Al massimo tentare, invano, di fuggire…

Come Anna Frank, Sara Gesses e, appunto, Walter Benjanim…

In compenso, sparando sui curdi, sempre metaforicamente, si rischia di alimentare il fatalismo e la rassegnazione di chi ritiene di dover sempre e comunque affidare servilmente le proprie sorti, personali e collettive al Potere, a uno Stato (e quindi a militari, burocrati, capi, guardie, preti, dirigenti, commissari…).

Non credo proprio che questi “cecchini” anticurdi stiano rendendo un buon servizio alla Rivoluzione sociale. Tantomeno all’Umanità oppressa, umiliata e offesa che, almeno in Kurdistan, ha osato sollevare la testa.

Gianni Sartori

*Nota 1:  Ultimamente si è parlato, anche troppo e talvolta a sproposito delle Brigate LGBT. Ritengo che tale eccessiva “spettacolarizzazione” (intesa, alla Debord, come forma di mercificazione) mediatica di queste vere o presunte “Brigate LGBT”, possa fare  il paio con quella sulle donne curde combattenti (tutte “giovani e belle”, eroiche…e poi dimenticate) di un paio di anni fa.

The Queer Insurrection and Liberation Army (TQILA) era nata come componente di International People’s Guerrilla Forces (Forze Guerrigliere Internazionali Rivoluzionarie Internazionali). Tale IRPGF è membro di  International Freedom Battalion, la Brigata Internazionale della Libertà.

In turco: Enternasyonalist Özgürlük Taburu; in curdo:Tabûra Azadî ya Înternasyonal.

Questa è l’unità combattente di volontari stranieri (comunisti, anarchici, socialisti, antifascisti…perfino qualche nostalgico di Enver Hoxha, ma non formalizziamoci) che ha operato a fianco delle Unità di Protezione Popolare (YPG) contro le bande dei fascisti islamici dell’Isis.

Ripeto: la Brigata Internazionale della Libertà è stata costituita nel 2015 dal Partito Comunista Marxista Leninista (MLKP), delle Forze Unitarie per la Libertà (BÖG), del Fronte Rivoluzionario MLSPB, della formazione spagnola Reconstrucción Comunista.

Quindi, ricordo ancora ai detrattori di cui sopra, originariamente l’International Freedom Battalion venne organizzata non da anarchici che io sappia, ma soprattutto da comunisti (marxisti-leninisti) turchi e si ispirava dichiaratamente alle Brigate Internazionali che combatterono contro il franchismo.

Da segnalare (negativamente) l’intervento di Maurizio Blondet, uno che per 40 anni ha collaborato con l’editoria di destra. Cristiano integralista e romanista (non in senso calcistico), nella penisola iberica del secolo scorso probabilmente avrebbe aderito al franchismo.

Senza remore, Blondet spande carriolate di disprezzo nei confronti dei militanti di The Queer Insurrection and Liberation Army definendoli, con rara eleganza vagamente demodé,  “finocchi”. In realtà, a ben guardare, il suo disprezzo va soprattutto ai comunisti; non sembra essersene  ancora accorto chi lo mantiene come contatto fisso nel suo blog.

Questo mentre cita ripetutamente gli articoli (spesso imprecisi, fantascientifici) del gay dichiarato Thierry Meyssan. Lapsus rivelatore?  E che dire dell’ammirazione per Jorg Haider?

Ho visto che in alcuni articoli Blondet ha legittimamente celebrato la “Giornata del martirio e dei martiri” in memoria delle vittime cristiane in Siria.

Forse bisognerebbe ricordargli le migliaia di cristiani iracheni che avevano trovato rifugio nel Kurdistan “iracheno” e quelli salvati dai combattenti del PKK scesi dalle montagne.

Chi ha versato sangue per portare in salvo popolazioni minorizzate (non mi piace “minoritarie”), sia yazidi che cristiani e alawiti, strappandole alle grinfie degli integralisti?

YPG e PKK hanno difeso anche villaggi turcomanni, pur essendo stati i turcomanni spesso lalonga manus di Ankara contro i curdi (vedi il massacro nel campo profughi di Atrush nel 1997).

Paradossalmente in questo caso l’Isis, ugualmente alleato di Ankara, li stava attaccando in quanto…sciiti!?!

Quanto al fatto che alcune affermazioni di tali personaggi siano talvolta magari condivisibili, ci riporta all’ovvietà per cui anche l’orologio rotto due volte al giorno segna l’ora giusta.

Nota 2 **In merito all’accusa di “sionismo” dispensata talvolta gratuitamente e con eccessiva facilità, osservo soltanto che anche Walter Benjamin (riferimento ricorrente nel sito citato)** prese seriamente in considerazione l’ipotesi di trasferirsi in Palestina…“Sionista” pure lui…?

E Primo Levi allora? Del resto c’è chi sospetta che anche Anna Frank in realtà fosse una “sionista”, magari a sua stessa insaputa.

***Nota 3: Un inciso personale. Bookchin l’avevo ascoltato, sotto al tendone allestito dai compagni anarchici di Mestre, al Convegno internazionale anarchico di Venezia nel 1984. Avevo poi scambiato anche qualche battuta (un’amica faceva da interprete, ricordo), ma all’epoca non lo avevo preso adeguatamente in considerazione. Nella polemica di allora tra ”ecologia profonda” (vedi EF!) e la sua “ecologia sociale” mi schieravo con la prima.

Peccavo di presunzione, ovviamente e mi persi quella che poteva essere una delle interviste  più significative della mia vita.

****Nota 4: Per qualche ulteriore chiarimento, per quanto parziale:

vedi su UIKI onlus:

http://www.uikionlus.com/guerra-giusta/

vedi su Umanità Nova:

http://www.umanitanova.org/2017/10/01/fallacie-e-fandonie/

http://www.umanitanova.org/2017/10/15/quando-il-mio-nemico-e-nemico-del-mio-nemico/

Mio malgrado mi vedo costretto a pubblicizzare anche due dei documenti anti-curdi sopracitati; mi affido al buon senso dei lettori:

http://zecchinellistefano.blogspot.it/2017/10/gli-anarchici-provocatori-e-teppisti-al.html

https://www.alternativacomunista.it/content/view/2492/1/

** ***nota 5: Su Walter Benjamin suggerisco qualche lettura:

1) “Hannah Arendt -Walter Benjamin, L’angelo della Storia – Testi, lettere, documenti”

e

2) “I Benjamin” di Uwe-Karsten.